16 marzo 2026 – 📖 Il Romanzo del Campionato
(di Fabio Lo Cascio)
Tanto tuonò che non piovve, anzi.
Tanto tuonò che non piovve, anzi. Credo che questo titolo possa sintetizzare in modo esaustivo il ventinovesimo turno del nostro campionato “maximo”, svoltosi in coincidenza con la Notte degli Oscar hollywoodiana; e vi garantisco che, in questo turno, di statuette da distribuire ce ne sono davvero parecchie.
L’Oscar come peggiori interpreti lo assegniamo senza alcun dubbio al duo Manganiello-Gariglio, rispettivamente arbitro e Var della “pellicola” Inter-Atalanta. Il primo nel ruolo di mandante di un crimine: l’assassinio dei nerazzurri (e avete capito quali). Manganiello convalida in modo fermo — anzi no, perché aveva già il fischietto in bocca pronto a soffiare — la rete del pareggio degli altri nerazzurri (o è fallo, o Dumfries è un autentico imbelle). Il secondo, tale Gariglio (vedi l’editoriale di Carlo Bianchi), compie il vero omicidio non richiamando il collega al monitor per il sacrosanto fallo su Frattesi. Così l’Inter pareggia una partita che sembrava già vinta — non per meriti propri, ma per demeriti altrui — scatenando un finimondo alimentato anche dalle aspre polemiche del post-derby. Tralasciamo l’ondata di proteste, spesso oltre il limite del lecito, espresse dal popolo del Biscione e la fredda cronaca tecnica degli addetti ai lavori; per intenderci, quelli del “dagli all’untore” nel caso Bastoni.
È un dato di fatto, visibile anche a chi segue solo il curling, che l’Inter sia cotta ai limiti dello stracotto, sia fisicamente che mentalmente. Se il vantaggio accumulato nel periodo di totale dominio sembrava una rocca inespugnabile, un uno-due arbitrale del genere pare andare davvero oltre i demeriti della squadra.
Passiamo all’Oscar come miglior attore non protagonista, assegnato all’unanimità al Milan, chiamato a recitare il ruolo decisivo di chi poteva stravolgere il finale del campionato. I rossoneri rifiutano però la parte per assumere quella del “suicida” all’interno di un Olimpico tornato a far risplendere i colori biancazzurri di una Lazio mai vista così cinica e bella. Il Milan, accantonate le illusioni scudetto (a questo punto è più lecito lasciarle al Napoli), deve gestire il vantaggio sulla scomoda “quinta poltrona” occupata dalla Juventus, distacco che ora è inferiore a quello dai cugini interisti. Alla Lazio, storicamente “pietra d’inciampo” per l’Inter, vanno i ringraziamenti del popolo nerazzurro, mentre la tifoseria biancoceleste lancia un messaggio chiaro al presidente Lotito.
Continuiamo con le premiazioni. L’Oscar per la sceneggiatura va a Como-Roma, partita bellissima e piena di colpi di scena. Vince il Como, che sale così al quarto posto solitario — risultato mai ottenuto nella sua storia a questo punto del torneo — ma la Roma vende cara la pelle: solo la dubbia espulsione di Wesley ne ha troncato la resistenza, costruita anche grazie ai miracoli di Svilar.
Oscar per la fotografia a Napoli-Lecce, che mostra, oltre al predominante azzurro, anche qualche fotogramma giallorosso. Il Napoli di Conte, recuperando quasi tutti gli effettivi, si pone ora come principale candidata ad approfittare di eventuali suicidi interisti.
L’Oscar alla carriera lo diamo alla Juventus che, quando deve serrare le fila per raggiungere l’obiettivo minimo (il quarto posto), mette in campo il suo blasone vincente. Vittima di turno: l’altra bianconera, l’Udinese.
Oscar minori a Genoa e soprattutto Bologna, capaci di espugnare i campi di Verona e Sassuolo. Nel primo caso i punti portano una quasi totale tranquillità, nel secondo lasciano il rimpianto di non averci creduto prima. Oscar di consolazione per Torino e Pisa, che superano con largo margine gli impegni casalinghi contro Parma e Cagliari.
Stasera la consegna della statuetta come miglior film per la salvezza tra Cremonese e Fiorentina: chissà che non ne esca un ex aequo.
In sostanza: “una battaglia dopo l’altra”.
Alla prossima!
L’Oscar come peggiori interpreti lo assegniamo senza alcun dubbio al duo Manganiello-Gariglio, rispettivamente arbitro e Var della “pellicola” Inter-Atalanta. Il primo nel ruolo di mandante di un crimine: l’assassinio dei nerazzurri (e avete capito quali). Manganiello convalida in modo fermo — anzi no, perché aveva già il fischietto in bocca pronto a soffiare — la rete del pareggio degli altri nerazzurri (o è fallo, o Dumfries è un autentico imbelle). Il secondo, tale Gariglio (vedi l’editoriale di Carlo Bianchi), compie il vero omicidio non richiamando il collega al monitor per il sacrosanto fallo su Frattesi. Così l’Inter pareggia una partita che sembrava già vinta — non per meriti propri, ma per demeriti altrui — scatenando un finimondo alimentato anche dalle aspre polemiche del post-derby. Tralasciamo l’ondata di proteste, spesso oltre il limite del lecito, espresse dal popolo del Biscione e la fredda cronaca tecnica degli addetti ai lavori; per intenderci, quelli del “dagli all’untore” nel caso Bastoni.
È un dato di fatto, visibile anche a chi segue solo il curling, che l’Inter sia cotta ai limiti dello stracotto, sia fisicamente che mentalmente. Se il vantaggio accumulato nel periodo di totale dominio sembrava una rocca inespugnabile, un uno-due arbitrale del genere pare andare davvero oltre i demeriti della squadra.
Passiamo all’Oscar come miglior attore non protagonista, assegnato all’unanimità al Milan, chiamato a recitare il ruolo decisivo di chi poteva stravolgere il finale del campionato. I rossoneri rifiutano però la parte per assumere quella del “suicida” all’interno di un Olimpico tornato a far risplendere i colori biancazzurri di una Lazio mai vista così cinica e bella. Il Milan, accantonate le illusioni scudetto (a questo punto è più lecito lasciarle al Napoli), deve gestire il vantaggio sulla scomoda “quinta poltrona” occupata dalla Juventus, distacco che ora è inferiore a quello dai cugini interisti. Alla Lazio, storicamente “pietra d’inciampo” per l’Inter, vanno i ringraziamenti del popolo nerazzurro, mentre la tifoseria biancoceleste lancia un messaggio chiaro al presidente Lotito.
Continuiamo con le premiazioni. L’Oscar per la sceneggiatura va a Como-Roma, partita bellissima e piena di colpi di scena. Vince il Como, che sale così al quarto posto solitario — risultato mai ottenuto nella sua storia a questo punto del torneo — ma la Roma vende cara la pelle: solo la dubbia espulsione di Wesley ne ha troncato la resistenza, costruita anche grazie ai miracoli di Svilar.
Oscar per la fotografia a Napoli-Lecce, che mostra, oltre al predominante azzurro, anche qualche fotogramma giallorosso. Il Napoli di Conte, recuperando quasi tutti gli effettivi, si pone ora come principale candidata ad approfittare di eventuali suicidi interisti.
L’Oscar alla carriera lo diamo alla Juventus che, quando deve serrare le fila per raggiungere l’obiettivo minimo (il quarto posto), mette in campo il suo blasone vincente. Vittima di turno: l’altra bianconera, l’Udinese.
Oscar minori a Genoa e soprattutto Bologna, capaci di espugnare i campi di Verona e Sassuolo. Nel primo caso i punti portano una quasi totale tranquillità, nel secondo lasciano il rimpianto di non averci creduto prima. Oscar di consolazione per Torino e Pisa, che superano con largo margine gli impegni casalinghi contro Parma e Cagliari.
Stasera la consegna della statuetta come miglior film per la salvezza tra Cremonese e Fiorentina: chissà che non ne esca un ex aequo.
In sostanza: “una battaglia dopo l’altra”.
Alla prossima!



