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Milano-Cortina 2026: questi benedetti tedofori

20 gennaio 2026 – ✍️ Editoriale
(di Redazione)
Milano-Cortina 2026: questi benedetti tedofori
Polemica bella che servita come se ci mancasse pure questa. Dopo le lungaggini burocratiche nell’allestimento degli impianti sportivi, alcuni non ancora completamente terminati a dimostrazione di un’Italia che arriva come sempre con il fiato grosso per non parlare della querelle su San Siro ed il caro biglietti per assistere alla cerimonia inaugurale oltre che alle varie discipline. In tutto questo bailame si è prepotentemente inserita la questione tedofori con la relativa polemica dei “non convocati” messa in evidenza da Kristian Ghedina. Non si pretendeva che nelle varie tappe di avvicinamento della fiaccola dovessero partecipare tutti i medagliati olimpici ma almeno quelli degli sport invernali avrebbero dovuto essere coinvolti ed aver avuto per loro un’occhio di riguardo. Dal termine “teda” ossia fiaccola cerimoniale ricordiamo che il fuoco veniva acceso ad Olimpia nel tempio di Era (Giunone a Roma) da sacerdotesse che usavano uno specchio ustorio per riflettere i raggi solari. Questo fuoco rimaneva acceso per tutta la durata dei giochi antichi (non più di una settimana) a simboleggiare la purezza ed il legame con gli Dei. Non c’era nessuna staffetta ai tempi ma che fu introdotta per la prima volta con le olimpiadi tedesche di novant’anni fa. Ebbene ricordando la storia non si capisce come mai sia successo tutto questo e come sia i ministri Salvini ed Abodi oltre all’ex Presidente Coni Malagò non si siano fatti una domanda riguardante gli esclusi. In questo caso avrebbero potuto benissimo darsi più di una risposta. Ora il rimpallo delle responsabilità viene suddiviso fra sponsor, enti locali e … malcapitati. D’altronde se per installare quattro luminarie nel centro di Milano ci si affida ad una nota multinazionale farmaceutica, tutto è concesso. Passiamo pagina.
17 gennaio 2026 – ✍️ Editoriale
(di Redazione)
Un ricordo di Rocco Commisso
Non c’è proprio pace in casa viola, il suo Presidente 76enne Rocco Commisso ci ha lasciato dopo lunga malattia ed a quasi due anni dalla morte del suo fido Joe Barone. Se sommiamo anche la vicenda Astori di anni fa vediamo come sulle sponde dell’Arno sarà difficile festeggiare quest’anno i cent’anni della società. Fu Presidente dei New York Cosmos che ha pensato di cedere tempo fa per permettere alla squadra che fu di Pelé, Chinaglia & Co. di rinverdire i fasti del passato. Ad un passo dall’acquisizione del Milan, che probabilmente non tutti sanno, ai tempi del fantomatico Mister Li, che gli fece uno sgarbo non presentandosi all’ultima e definitiva riunione, approfittò dell’incerta situazione della Fiorentina per diventarne il Presidente sei anni fa. Immigrato negli USA all’età di nove anni, suonatore di fisarmonica, aspetto che gli permise di entrare con una borsa di studio alla Columbia University. Come molti italiani si fece via via strada nel mondo della finanza pur rimanendo molto legato alla propria terra e volendo prima o poi ritornare nella sua amata Italia. Lo fece finalmente acquistando la squadra toscana coronando così un suo sogno pur essendo stato tifoso juventino fin da bambino. Rocco dal carattere forte ed alcune volte arrogante, ma il giusto, si trovò a combattere contro qualche presidente di Lega scontrandosi con una realtà che lui made in USA non conosceva. Si affidò poi all’amico Joe Barone e la perdita di questo suo punto di riferimento è stata deleteria sia per lui che soprattutto per la società. Ora ci si troverà ad affrontare una crisi istituzionale per non parlare di quella latente sportiva che i tifosi tutti si augurano possa risolversi a breve. Non ci resta che esprimere le nostre più sincere condoglianze alla piazza di Firenze e soprattutto alla famiglia invitandovi a visitare il nostro canale YT nel quale abbiamo realizzato un’intervista a Massimo Lopes Pegna, che fu per anni corrispondente Gazzetta da New York e che ebbe la fortuna di conoscerlo. Massimo ci ha reso un’incredibile ed interessante testimonianza e di questo lo ringraziamo.

03 gennaio 2026 – ✍️ Editoriale
(di Carlo Bianchi)
Gli stadi per uomini e per donne
Chi l’avrebbe detto solo poco tempo fa? Tutto questo si deve alle presenze femminili negli stadi che sta aumentando negli ultimi tempi soprattutto nei paesi arabi tanto da rendere necessari i dovuti accorgimenti sulle infrastrutture. Testimone di questi cambi è l’architetto londinese, ma con uno spagnolo fluente, Mark Fenwick che per il Mondiale in Qatar attraverso il suo studio Fenwick Iribarren Arquitecs ha firmato tre degli otto stadi a Doha (Education City, Al Thumana e l’iconico 974). Quando le presenze raggiungono le 60.000 bisogna pensare nel cambiare determinati concetti. Per esempio si devono creare servizi igienici flessibili passando da un 60% per gli uomini e 40% per le donne ad un 40-60. La temperatura e la luce nei bagni femminili sarà diversa da quelli maschili, più bianca per gli uomini ma più calda quella per le donne. La gestione degli spazi dovrà essere differente oltre che il cambio della capacità stessa affinchè non si abbia mai la sensazione di uno stadio mezzo vuoto. La sua opera prima è stata quella del nuovo stadio dell’Espanyol a Cornellà mentre è in fase di approntamento il Nou Mestalla di Valencia oltre che la riforma del José Alvalade dello Sporting a Lisbona fino allo stadio nazionale serbo con una massiccia presenza di piante ed alberi circostanti. Il concetto attuale ci porta a tornare agli stadi vecchia maniera dove non solo venivano celebrati eventi sportivi ma anche altre attività ludiche dove turisti e viandanti trovavano spazio oltre che poter disporre di mercati interni. Insomma strutture che avevano vita per tutti i giorni dell’anno. Fenwick conferma che si sta addiritttura pensando di avere terreni di gioco multifunzionali con la possibilità di riempirli d’acqua (come succedeva sia nel Colosseo romano che nell’Arena Civica milanese) per poter ivi celebrare competizioni acquatiche sino a gare di surf dotandoli di sofisticati sistemi che generino onde. Si sta pensando di poter avere anche piste per corse di moto ed auto mentre gli spalti potranno essere adibiti a stanze d’hotel. Insomma un progetto futuro e futurible chiamato “transformer” dove anche le facciate possono cambiare, e non solo di colore, risolvendo soprattutto i problemi di acustica e di insonorizzazione dei quali il Bernabéu madrileno ne è testimone. Un progetto davvero eccitante che ci riporta ai fasti di un Colosseo che fu costruito dimostrando un’ingegnosità mai vista neppure ai giorni nostri. Sedili di differenti forme ed usi passando per un complicato gioco di carrucole per fare entrare le belve oltre che differenti postazioni sotterranee adibite a palestre, spazi ricreativi e di ozio per i gladiatori del tempo. Sempre Fenwick conclude affermando che l’iconico stadio qatarino 974, quello dei contenitori a colori, è il loro fiore all’occhiello. 974 perché è il numero dei contenitori usati oltre che il prefisso telefonico del Qatar. Avevano promesso che sarebbe stato smantellato una volta finito il Mondiale e portato in un paese amico, niente di tutto questo, continua a funzionare ed ormai fa parte del panorama della città. Guai a chi lo tocca.

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